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Al mare anche se piove gattorosso
Il tempo vola davvero, e domani dirà due numeri magici.
Ci si consola con tutto...
 
Voglio andare a Genova, la città dei gatti.
Voglio vedere il mare.
 
giovedì, 15 maggio 2008 20:51
da gattorosso
7 smentite
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Oblivion gattorosso
 
 
Quadro uno di tre
 
La misura esatta dell’inquietudine, le labbra fredde di lama di un bacio che taglia la distanza e la fa sanguinare, fino a irrigare dall’esterno una ferita rimarginata. Globuli rossi e bianchi come biglie da tirare per centrare le buche di un cuore già crivellato.
Gli spasimi della giovinezza, una candela che ha smesso di bruciare e adesso lascia fumo come un’anima che ascende, come una scia dipanata in un mondo alla rovescia, come il ricordo di qualcosa che non c’è stato. Fumo che abbraccia senza dare calore, né forza, che arrossa gli occhi senza commuovere, che intride gli abiti e non va più via.
 
 
Quadro due di tre
 
Ricordo di Napoli. Saluti e baci, il posamestolo con le barchette dipinto a mano. Valentina non sorride più. Se ne è andata volando, accarezzando l’aria in un ultimo spasimo, librandosi semplicemente, come un’ape attorno al suo cuore di miele. Mi hanno detto che è venuta giù, che quel giorno non aveva le ali. Resta il nulla, resta il cadavere della speranza a imputridire nel traffico dei sogni bruciati, come tracce di gomme sull’asfalto e pioggia acida e fina a cancellare lentamente ogni rilievo. Resto anch’io, a farmi piccolo per qualche cosa che non mi appartiene, per un fiore che ho visto solo a distanza, ma di cui mi ritrovo tra le dita le spine. A chiedere perché e rivolgendomi a chi; nell’ateismo mistico dei poeti senza essere un poeta, intruso ovunque io guardi.
 
 
Quadro tre di tre
 
Libertà, dove sei. Urlata e bestemmiata dai palchi delle campagne elettorali, inseguita fino ai monti dell’Alaska, sui treni e nelle bottiglie di rhum. Ho ricucito alla cintura il mio drappo rosso e ricomincio a scalare. Ci sono giorni in cui si può parlare con gli sconosciuti e con le ragazze che ballano dietro ai camioncini carichi di birra e di musica ritmata. Ma io mi vedo nello specchio della vetrina e non mi riconosco.
E ho il senso di qualcosa di più grande, grande come la notte,  che mi prende e che mi stringe e non mi lascia più stare.
 
 
Fuori dalla cornice
 
S’è incrinato anche il cristallo della luna, e adesso, per la prima volta, ho paura che si rompa tutto quanto.
 
 
lunedì, 05 maggio 2008 17:27
da gattorosso
21 smentite
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Quando arriverai gattorosso
 
Lascerò che il fiume sbocchi nei rigagnoli delle illusioni perdute, lascerò che i miei mantra si assottiglino per passare attraverso il tessuto dell’anima, fino ad impregnarlo, a dargli un colore.
Resterò a dissetarmi di giovinezza chinando la lingua allo sgocciolio dell’alambicco, dove forse cederai al mio passo e il sentiero si farà più tenue.
Sarò con te, vestita di solo un sacco di iuta mentre ti sporchi mangiando ciliegie, come ti ho sognata una volta, come ti ho sognata.
Pianterò al buio le mie corna di cervo e continuerò a risalire, perché l’uomo che dorme non si risvegli ed il crinale della montagna continui a segnare il confine all’ombra della foresta per gli anni a venire.
Accorcerò i miei passi perché tu possa riempire le mie orme con i tuoi e non ti possa perdere mai più.
Sarò passato, quando mi riconoscerai tuo prossimo, sarò il tuo pane quando sgranerai il rosario e trapassato quando deciderai di volerti coniugare.
Ripercorrerò i cicli dell’universo lungo il perimetro dell’infinto, e ti porterò ghirlande, per poterti ornare il collo e le caviglie, per insegnarti una danza che ancora non sai. Perché se il fiume è il tempo io l’ho già attraversato a lungo con il mio pugnale, e perché se il tempo è il mio nemico allora mi restituirà il suo stesso cadavere, prima che io giunga all’altra riva.
Infine taglierò l’ultima vela alla mia barca leggera e ne farò un sudario, così che i denti delle onde possano darmi in pasto agli spiriti del mare e tu possa trovarmi quando arriverai, oltre l’azzurro delle maree e in direzione del fondale.
Allora ci vedremo con gli occhi dei pesci, e ci toccheremo con le braccia delle alghe e potremo piangere insieme se vorremo, con l’acqua e il sale del nostro stesso silenzio.
lunedì, 25 febbraio 2008 17:56
da gattorosso
22 smentite
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Quando sei nata tu gattorosso
Quando sei nata tu avevo un completino da calciatore, e un paio di grossi occhiali, e mi paravo la testa chiudendo gli occhi se la palla arrivava da molto in alto. Quando sei nata tu avevo un amico che mi veniva a trovare per studiare un po’ e poi scendere in strada per correre insieme ai cani randagi alla discarica vicino alla cava.
Quando sei nata tu c’erano bande per la città, organizzate secondo i vestiti che portavano e giovani sbandati a far terra bruciata coi soli loro nomi di famiglie di case popolari.
Quando sei nata tu le ragazze avevano bamboline gemelle legate alla cartella, a ciondolare e portar loro fortuna, e toppe con disegni di ombrellini colorati cucite sui blue jeans.
E c’erano pomeriggi più lunghi di adesso quando sei nata tu, e incontri dentro la biblioteca per la ricerca sui ghiacciai, e c’erano motorini smontati fuori dai bar, e poi riassestati in una logica per me incomprensibile.
E c’erano ore passate a ritagliare cuoricini per la compagna del primo banco, e piccole lettere inviate all’amica dell’amica. Quando sei nata tu c’era il fumo che ci attendeva da sotto le scale, per una cosa proibita ma che i più grandi avevano il coraggio di fare. E c’erano quelli coraggiosi che si affannavano a rubare i primi baci, come una cosa da raccontare, come uno scambio di germi che creasse qualche anticorpo per gli anni a venire...
 
Quando sei nata tu c’era un caldo nucleare, e c’erano le canzoni e i concerti per la pace, ma il giallo che vedi nelle fotografie non c’era, in quel mondo reale, non c’era. E anche l’angoscia era angoscia vera.
Quando sei nata tu tutto era più semplice ed incomprensibile, e il mondo si apriva di sbieco ai nostri occhi, ai miei grandi occhi di allora. Così larghi da contenere ancora tutto quello in cui cominciavo a non credere più. Tutto quello che allora, i tuoi grandi occhi, incominciavano a credere.
martedì, 19 febbraio 2008 00:52
da gattorosso
34 smentite
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Forte gattorosso
Io stringo più forte il ricordo e le poche tracce che conservo di te. Ed ho ancora negli occhi l’impronta del tuo ultimo sguardo, come un fiore coltivato sulla luna, crepato senza essersi piegato al suolo.
Sono io, mi riconosco dalla paura che mi porto al collo senza corda, come una noce sotto lo sterno.
E ancora, mentre resto a soffocarmi nell’androne, senza decidermi a salire. O abbandonato nella vasca come Marat, ma con le lacrime al posto del sangue e la stessa lettera non terminata.
Ed io, ansimante a un tratto stringermi alla terra brulla dopo averti detto di andar via.
Ecco me ecco noi, l’angoscia che ci teneva stretti e che nutriva la nostra reciproca necessità. L’abitudine a spezzare il cuore come fosse pane quotidiano, l’incoscienza di non voler capire, di non voler saltare.
 
La prossima volta scriverò ancora amore, ma partendo dalla fine, così che ogni nuova lettera dia senso a una nuova parola.
Voglio vivere di ogni istante. Forte, più forte, comunque vada.
giovedì, 14 febbraio 2008 00:34
da gattorosso
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altri campi gattorosso
C’è un’asprezza che non mi rassomiglia, ma che oggi frequento, come una sorpresa, come il nuovo campo scoperto oltre il monte dove pensavo che finisse il mondo.
C’è una poesia più vera, gridata nelle frustrazioni e nelle acidità di un coraggio, che non è il mio, no. E non gli rassomiglia.
C’è una giovinezza che uccide e spacca il cuore in rivoli di sabbia, per una vita che ha fame di sé stessa e per sé stessa resta pronta ad uccidere e anche a morire.
C’è rabbia e confusione, che la mitezza degli anni mi avevano fatto scordare.
Ci sono pareti tinteggiate d’azzurro per passare notti al buio, incollati nello stesso sudore. E monete nel bicchiere, e un bigliettino giallo lasciato per chi dorme ancora.
C’è un’ingenuità che vive di intuito e vola più in alto di me.
 
Io resto ad osservare, e cerco di scoprire il trucco.
E poi sono stanco, e non vorrei, ma ho nuovamente il bisogno di ricominciare.
venerdì, 08 febbraio 2008 20:43
da gattorosso
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Sempre gattorosso
Ho riempito la casa di lampade, e le faccio rilucere tutte insieme, perché anche una sola radiazione mi si insinui tra le ferite e sappia piovermi dentro, come una perdita sul tetto di questa desolazione, che mi ha espropriato il cuore, e vive dentro me, in subaffitto.
Io parlo di lei, ma fingo di non capire. Apro tutti i barattoli e mi chiedo cosa vorrebbe questa sera per cena, e che vestito potrebbe indossare…
E resto un po’ a sbirciarle le gambe da sotto la gonna, col solito pretesto della forchetta che è caduta.
No, non mi manca affatto. Lo dico anche al fuoco del fornello, tante braccine blu che fanno segno di vittoria, non mi manca proprio più.
Ed ho informato anche i vicini, e ormai lo sanno tutti quanti. Anche la cassiera del supermercato, che mi chiede quanti sacchetti ho preso. Tutti sanno che l’ho dimenticata.
Lei così mutevole che ogni suo giorno era come un coriandolo pescato dal sacchetto, no davvero.
E proprio lei, che ancora prima che ci conoscessimo già mi tradiva, no… Non era proprio il caso.
 
Tengo buone le cose che ho accantonato, non è sera. C’è una voce di violino che sembra un po’la mia, così sfregiata di ruggine. Sembra voler truccare la notte di porpora, come una vecchia signora allo specchio, che non ha più molto tempo e arriva spesso in anticipo.
Io qualche volta la notte mi alzo e guardo fuori. E dalla notte lentamente mi lascio afferrare, dalla sua mano nera come una pulce e gelida, come una nave che affonda. E vedo i comignoli delle case qui intorno diventare lapidi di cemento e adagiarsi sui sogni di qualcuno e i fumi grigi alzarsi come piccoli fantasmi che vanno ad abitare il buio dell’inverno.
Fa freddo, per non ansimare, troppo freddo per non tornare a sperare, almeno un po’.
Chiudetemi gli occhi, datemi un altro sogno per riprendere a lottare, per non cedere alla truffa del venditore di almanacchi, per continuare a non capire..!
 
Infine
non nulla
ma solo il nulla
è davvero per sempre.
 
venerdì, 01 febbraio 2008 21:18
da gattorosso
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Ancora gattorosso

Sommerso e tradito dalla tecnologia, pare che esisto e resisto ancora...

Grazie davvero a tutti.

domenica, 18 novembre 2007 14:33
da gattorosso
12 smentite
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Vorrei, saprei gattorosso
Vorrei guardarti dormire, di notte, quando le stelle invisibili nei tuoi occhi chiusi sono risalite al cielo, e tu torni così piccina che sembri una bimba nella culla.
Vorrei osservare il tuo respiro che si prende gioco di te, e una volta sì e una volta no ti fa tonda e buffa, morbida e leggera come un palloncino.
Vorrei distendermi al tuo fianco, tendere le labbra ed attendere il dondolio delle guance per lasciati il tocco leggero di un bacio, senza farti svegliare.
Vorrei farmi vertigine e precipitare tra tuoi capelli, lunghi e ripidi come fili di pioggia, ed entrare nei tuoi sogni, dove i passerotti hanno mangiato tutte le molliche di pane e noi non ritroveremo la strada.
Vorrei chinarmi tra le frasche del buio, scivolarti sul collo come sudore e poi bruciarti la pelle di febbre, cambiare i colori alla notte, cremisi alle labbra e fuoco che vibra il mercurio, spacca il vetro.
Vorrei aggrapparmi al tuo viso, levare la cortina delle ciglia e baciare il tuo stupore, mentre il mondo intero va svanendo in un imbuto nero, e i tuoi occhi aperti mi dicono che adesso, finalmente, sogniamo in due.
 
Vorrei. Vorrei. Vorrei andare giù. Lasciar liberi i miei occhi perché corrano al tuo corpo, come tartarughine al mare, per implorarlo ed esplorarlo dove neppure tu conosci, dove scricchiola il silenzio e tu cedi appollaiata, bianca come il cuscino. Vorrei respirare luce e soffocarmi di rosso, e poi come salsedine sublimare, diventare spirito e polluzione, angoscia che si libera, prima che il cuore si faccia poltiglia, prima quel tanto che basta.
Allora mi farei odissea, e ti abiterei contro questa stessa paura che da dietro mi sgagna la rudezza per lasciarmi disossato, e sarei puro spirito ad entrare e uscire come il fiato per poi pioverti tra i rami, dove la botte chiusa germina di vita spontanea, e tutto quello che resta, infine, è soltanto il nostro identico stupore.
 
Sei la vita che non comincia, questo soffitto inclinato. Solo il letto vuoto, al mio fianco.
sabato, 15 settembre 2007 17:53
da gattorosso
28 smentite
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(Mr) X Agosto gattorosso
Dieci agosto era per noi come lo scivolo dei bambini, un luogo comune per sentirci appartati, tenerci per la mano e fare il girotondo con le stelle, osservarle ridere e cadere giù. Niente di speciale. Era ancora e sempre una stretta troppo lasca, un desiderio rimandato a domani, due vite che non si intricavano…
Torno a casa. Eli non mi ha chiamato, non mi chiamerà. Chiuso. Rigiro la chiave nella toppa e so che dentro non troverò sorprese. Ma stasera non ho voglia di accendere il televisore, e dovrei ancora leggere i giornali… Dopo.
Ho avuto appena la forza per fare un giro, ma non so se ho fatto bene. Si esce di casa per non sentire i morsi della solitudine, per non doverla mangiare più di tre volte al giorno nello stesso piatto appena sciacquato. Perché per quanta modernità ci si possa mettere la solitudine ripiomba nelle stanze, con il suo colore giallognolo e la sua sostanza polverosa.
 
Parlerei di qualcosa che ho perduto, rilucerei un’altra moneta dal forziere delle mie navi affondate . Ma la ragazza dal Molo Audace mi fa segno con le bandiere, mi dice che dovrei guardare più al futuro. So che ha ragione, ma so anche che dei poeti non ci si deve fidare. (Bella, rinfodera il sorriso sennò casco). Il futuro mi è arrivato in sogno, come un pugno da sotto il cuscino. Eccoci proiettati avanti di un quinquennio ed ecco aggiornata la sindrome ventennale: per voi in anteprima il nuovo mito: gli anni Novanta. Il prossimo fantastici quegli anni, e ti ricordi com’era bello allora..?
 
Invece il futuro è cambiato e si è fatto più piccolo. Cammina a gattoni sul filo e ad ogni istante fa il segno di cadere. Io per un po’ ho fatto la culla con le braccia nella speranza di acchiapparlo al volo, ma ora sono stanco. Se vuole si sfracelli, io vado via. Intanto la ragazza di ieri non ho avuto il cuore di fermarla, e con quale scusa poi? Le ho solo ricambiato il sorriso e le ho risposto arrivederci. E grazie ancora. Ma lei signorina se mi guarda cosa vede?
 
Tempo di chiudere. Questa volta il mio riflesso è arrivato allo specchio un po’ in ritardo, l’ho visto. Mi guarda con un po’ di sufficienza e sembra chiedermi per quanto debba trattenersi lì e quante smorfie dovrà ripetere stasera. Niente, ti lascio andare. Ci sono giorni che uno non si vuole tanto bene e allora capita anche questo.
sabato, 11 agosto 2007 23:11
da gattorosso
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L'ultima giostra gattorosso
La pioggia arriva dopo la musica a far da eco all’ultimo saluto del rullante, ed è come un applauso sui vetri, come un sipario tirato tra i due lati del pomeriggio. Ci sono gocce sulle bolle dei lampioni, lentiggini d’acqua negli occhi, pensieri reumatici come strascichi di spose. Qualcuno che scappa ridendo, qualche cosa che non so, non afferro, che se c’è non si può toccare. C’è un cortocircuito tra le anime, come un arcobaleno a far da ponte tra visi ignoti, solo un istante rapido, da consumare come una bibita fresca, tutta d’un fiato.
 
Daniela ha rimesso gli occhiali scuri, si chiude dietro la sua ombra morbida come fosse un soprabito, e si fa ancora più piccina. Dov’è andata? Era qui vicino a me, solo un momento fa, imbronciata e lontanissima, davvero in un altro universo. Chissà cosa vede, chissà quali filtri rovesciano le immagini e i colori tra le lenti ed il suo piccolo cuore. Ma ora lei non c’è, è andata via senza dirmi niente e ormai da tempo quasi non mi saluta più. Chissà come rimarrebbe se potesse immaginarsi, se potesse rivedersi nelle riprese del mio sogno, vestita di iuta a mangiare ciliegie e imbrattarsi di rosso, dirmi cose incomprensibili sul nocciolo del frutto, sorridere ubriaca di succo e di femminilità... Troppo giovane forse per vivere nelle mie adolescenziali illusioni, o forse solo troppo bella. Ma io ho imparato quando cedere, e oramai mi arrendo solo davanti alle difficoltà.
 
Il mio cuore è in saldo, esposto sul banchetto di questa fiera. Ultime offerte, la vendita sta per scadere. Io vivo la lontananza, la sindrome di ciò che è inarrivabile. Sono un esercito di un solo soldato, una stupida testuggine di vetro scoperta su tre lati alla volta, cercando solo di non sopravvivere alla luce del sole. A questi pomeriggi, prima che arrivi la pioggia.
 
C’è vento dalla via Emilia, e odore di marcio dove il canale non è stato coperto. Ci sono i tavolini dei bar riportati dentro di fretta dai camerieri ed i ragazzi che chiudono le custodie delle chitarre. C'è qualcuno che saluta e che fa il segno del telefono con le dita. Bisogna andare via, mettersi al riparo prima che piova più forte, prima che anche il pessimismo ritorni a tracimare.
 
Anch’io sono tornato al coperto, in attesa col mio numerino all’ufficio di collocamento dei sogni. Senza uscita di emergenza, senza un posto fisso dove timbrare il cartellino alla fregola e con un grosso cuore da mantenere. Dall’ultima finestra scorgo solo una realtà come un dipinto, senza più rilievi. C’è nostalgia per un futuro che ho preso solo di striscio, e che forse non potrà tornare, c’è paura di non precipitare più come una volta. C’è paura di ritrovarmi ancora sulla giostra ribaltato, ma senza più una mano da stringere.
 
lunedì, 30 luglio 2007 23:33
da gattorosso
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